Il mio intervento in aula per l’istituzione del Museo della Shoa in Roma

Caro Presidente, care colleghe e colleghi,

Nella giornata di oggi, 18 ottobre di 80 anni fa, centinaia di ebrei romani catturati il 16 ottobre e reclusi in un collegio militare qui vicino, vennero caricati su vagoni piombati per essere trasportati verso Auschwitz.

Iniziava la deportazione.

Sapevano ben poco del loro destino. Molti sarebbero entrati nelle camere a gas appena arrivati, altri messi al lavoro in attesa della morte. Solo 16 si salveranno. Tra loro nessun bambino.

Non avevano fatto nulla. Non avevano alcuna colpa. Ma erano Ebrei e quindi dovevano essere uccisi.

A tutti loro la mattina del 16, nelle loro case, era stato consegnato un foglio: sarete trasferiti, avete 20 minuti per fare una valigia, portate documenti, dei viveri, dei bicchieri. Ammalati anche gravissimi, non possono per nessun motivo rimanere indietro. Chiudete l’appartamento.

Ottanta anni fa, proprio oggi lasciavano Roma.

Credo sia di grande importanza che proprio oggi il Parlamento della Repubblica Italiana dica unito SI alla legge per istituire nella loro città il Museo della Shoa.

A loro le vittime, possiamo dire insieme 80 anni dopo, non vi abbiamo dimenticato e ci impegniamo affinché mai veniate dimenticati.

Non era scontato. Parliamo del  1943 ma ilo rischio dell’oblio c’è stato, solo agli inizi del 2000 si concretizzò un ipotesi di lavoro per il museo e poi nel 2005 con il Sindaco Veltroni, in un clima di grande effervescenza culturale, partì il progetto del museo che tra 1000 vicissitudini, oggi il Sindaco Gualtieri ha fatto suo e vuole portare a compimento.

Sorgerà a Villa Torlonia accanto a un luogo simbolico del regime, la residenza che fù di Benito Mussolini, come monito,  perché la storia pretende chiarezza ed esclude omissioni e con il museo la Capitale d’Italia entrerà come merita nella rete dei luoghi del ricordo e della memoria ramificata in tutto il mondo.

Si integrerà nell’arricchire l’offerta culturale italiana con il Meis, museo dell’ebraismo italiano e della Shoa di Ferrara città anche essa offesa dalla deportazione e città tra le altre della famiglia “Finzi Contini” come ci hanno ricordato Giorgio Bassani e Vittorio De Sica con le loro straordinarie opere pilastri della cultura e della memoria italiana del dopoguerra.

Sul marmo nero, che dominerà l’edificio del Museo, saranno scolpiti i nomi di tutte le vittime romane della Shoa per ribadire che i numeri non bastano a definire un essere umano.

Non è un caso che i nazisti la prima cosa che facevano ai prigionieri entrati nei campi di concentramento era togliergli il nome e tatuare un numero sul braccio, con l’intento di trasformare l’essere umano, il padre, la madre, la nonna, il figlio o la sorella in un numero, una pratica da sbrigare.

Lo sapeva bene Primo Levi quando un giorno nel corso di una assemblea in una scuola, forse stanco o infastidito, alla fine si slacciò il polsino e mostrò “174517” il numero assegnato nel campo come ultima estrema prova che l’orrore che stava descrivendo era avvenuto.

Un fatto come molti altri che conferma la necessità e l’importanza di un museo come presidio di verità a cui attingere per gli anni futuri.

Per molti anni il peso e la missione della memoria è ricaduta in gran parte sulle spalle di molti sopravvissuti.

Molti si sono recati di nuovo nei luoghi dell’orrore, per accompagnare migliaia di studentesse e studenti. Un grande sforzo per tramandare memoria.  A loro abbiamo chiesto di tornare indietro, con i loro corpi nei campi di concentramento e di sterminio rivisitando cosi i momenti più drammatici della loro vita.

Il Museo è un atto di riconoscenza e di assunzione di responsabilità anche nei loro confronti.

Tra le tanti e i tanti permettetemi di citare le sorelle Tatiana e Andra Bucci, scambiate per gemelle da Mengele e quindi tenute in vita come cavie per esperimenti sul corpo umano.

O altri che non sono più tra noi come Shlomo Venezia. Il Sonderkommander di Auschwitz che ha raccontato decine di volte, davanti alle macerie dei forni,  che per sopravvivere doveva svuotare le camere a gas e tagliare i capelli ai cadaveri.  Capelli che poi sarebbero stai utilizzati per fare tappetini per i sommergibili del terzo Reich.

O il grande caro Piero. Piero Terracina che ha raccontato decine di volte il dolore delle bastonate date dai nazisti al papa’ quando arrivati ad Auscwitz non voleva che la sua famiglia si dividesse.

Piero negli ultimi anni della sua vita era angosciato. Mi diceva spesso “Nicola ma questo museo si farà? Io ho capito che non lo vedrò. Ma voi mi raccomando andate avanti, non è giusto che tutto, ancora una volta ricada su di noi testimoni.”

Quindi cari colleghi, la scelta di oggi, che sono convinto sarà unanime, e il coinvolgimento dello Stato sono importanti per tutti loro, compresi i sopravvissuti, rappresentano la volontà di lanciare un segnale e il tentativo di tramandare un testimone,  ma è utile anche per i nostri giorni, per l’oggi e per il domani.

Perché ritornare con la memoria a quella cesura della nostra storia ci aiuta a comprendere come la Shoah, tutta la violenza e l’odio riversati sulla comunità ebraica, i rom, gli omosessuali e sulle minoranze è stato un crimine immane commesso non da extraterrestri o “animali”, ma da “normali” esseri umani, dotati di intelligenza e cultura.

E ciò che è accaduto per mano dell’uomo può sempre accadere di nuovo.

Questa consapevolezza è un valore democratico fondamentale.

La Shoah è ancora oggi un monito, perché la sua radice profonda è l’odio verso l’altro, il disprezzo per la persona e per ciò che è. La soppressione sistematica di milioni di esseri umani non accadde all’improvviso, bensì fu l’ultima tappa drammatica del processo di disprezzo e svalutazione della dignità.

In Italia, affonda le radici nelle scelte del fascismo. Quegli elenchi che i nazisti avevano in mano, e leggevano nelle case, esistevano grazie alle scelte del regime del 1938 e dal censimento degli ebrei italiani voluto proprio per principi razzisti e antisemiti.

Il museo le nostre scelte, dunque, sono occasioni di elaborazione etica e civile che, per non essere annacquati nella retorica, richiedono coerenza nei comportamenti.

Ci chiedono di portare nelle nostre vite, tutti i giorni, l’impegno a tenere viva la cultura del valore delle differenze. Ci chiedono di indignarci e protestare quando un essere umano viene offeso perché giudicato, offeso, emarginato per quello che è.

Per questo oggi siamo vigili, dobbiamo essere attivi ogni qual volta una persona viene offesa e un pensiero di sopraffazione si afferma.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge”, recita l’articolo 3 della nostra Costituzione quella di tutti noi .

I deportati non avevano questo scudo a salvargli la vita, la democrazia lo ha dato a noi e alle generazioni future.

E oggi in un Parlamento che nella dialettica democratica è spesso attraversato da dure polemiche, dare un segnale di unità a difesa della nostra storia e dei valori repubblicani è un fatto di grande rilevanza.

Il museo dovrà essere un luogo vivo, frequentato da milioni di persone di ragazze e ragazzi provenienti da tutto il mondo per raccontare questa parte della nostra storia.

Il negazionismo ha accompagnato la storia del secondo dopoguerra.

Ha assunto le forme insidiose più diverse, dal silenzio complice alla negazione dei fatti.

Il Museo di Roma sarà importante anche come presidio di memoria autorevole e vigile nel futuro.

Farlo oggi è molto importante perché viviamo e vivremo in un tempo nuovo sempre più nell’era dell’informazione digitale. Nel tempo della globalizzazione, miliardi di persone comunicano tra loro e si informano attraverso canali di proprietà di pochissimi gruppi che a livello globale dominano questa dimensione del futuro.

Come sappiamo questo è un problema enorme in tutti i campi, a partire, dalla comunicazione politica e ai rischi quotidiani di inquinamento della verità.

Si è detto la “verità è in crisi” non solo per la presenza di falsità, ma spesso per la fragilità e l’incertezza delle fonti e la concentrazione assurda delle proprietà delle reti che condiziona la distribuzione delle notizie.

Il Museo di Roma allora dovrà essere fonte scientifica preziosa e autorevole per tutto il mondo a tutela della storia.

Care colleghe e colleghi ho concluso,

Oggi è una giornata importante. Se ci potessero ascoltare tutti coloro che in queste e ore di 80 anni fa stavano partendo per la morte, potremmo dire siamo qui.

I vostri carnefici hanno perso.

Il Parlamento della Repubblica, di un Italia libera e democratica non vi ha dimenticato e vi giuriamo, non vi dimenticherà mai

Intervento di dichiarazione di voto sulla legge di istituzione del Museo della Shoa in Roma

Qui il testo completo della https://documenti.camera.it/leg19/pdl/pdf/leg.19.pdl.camera.1295.19PDL0045070.pdf

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